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Pierro Alfonso, John Fante: uno scrittore maledettamente ironico, Aletti Editore, Roma 2012

Pierro Alfonso, John Fante: uno scrittore maledettamente ironico, Aletti Editore, Roma 2012

John Fante: uno scrittore maledettamente ironico

Aletti Editore

Anno 2012

John Fante piace. Piace sempre di più e soprattutto in Italia. A indicarlo non è solo il report sulle vendite internazionali dei suoi libri che vede il nostro paese ai primi posti, ma anche l’entusiasmo coinvolgente dei suoi lettori sempre più numerosi. Ho avuto modo di rendermene conto soprattutto da quando dirigo il Festival letterario «Il Dio di mio padre» che il comune di Torricella Peligna organizza da qualche anno in omaggio alle origini abruzzesi di John Fante. Origini che gli derivano dal padre Nick […]. La Torricella Peligna di Nick Fante è oggi diventata meta di «pellegrinaggio» per molti «fantiani sfegatati» provenienti da ogni regione d’Italia, che si sentono in qualche modo parte di una confraternita non dissimile da quella del vecchio Molise. Una tappa obbligata è naturalmente anche il festival dedicato a John Fante, dove il pubblico, ma anche gli ospiti, nutrono il più delle volte una vera e propria venerazione per questo romanziere italoamericano così atipico, «borderline», geniale, sicuro della sua grandezza nonostante una carriera letteraria altalenante e un riconoscimento tardivo. Questa sorta di culto pagano non ha risparmiato neanche il giovane ricercatore Alfonso Pierro, che ho avuto l’opportunità di conoscere alla IV edizione del Festival «Il Dio di mio padre», dove ha presentato la sua tesi «John Fante: uno scrittore maledettamente ironico», elaborata a conclusione dei suoi studi presso la Facoltà di Scienza della Formazione dell’Università di Genova, nell’anno accademico 2006/2007. E non è un caso se anche lui sia diventato uno dei «confratelli», visto quanto afferma nel suo saggio: «Attraverso i romanzi e i racconti di Fante ho conosciuto l’onestà della scrittura e di conseguenza, la disperazione, la rabbia, la genuinità, la semplicità e così via, tutte cose che mi hanno portato inevitabilmente molto vicino all’autore, tanto che potrei affermare di riconoscerlo come amico». Lo scrittore diventa per lui un compagno con cui condividere emozioni e aspirazioni, e per questo finisce con denominarlo «Il mio Fante». […] Molte sono le qualità letterarie di questo romanziere. Non ultima la sua capacità di trasmettere emozioni con semplicità e immediatezza. Ed è per questo che probabilmente piace tanto agli artisti. Ma a renderlo unico nel panorama degli scrittori americani della sua generazione è la sua ironia, di cui parla diffusamente anche Alfonso Pierro nel suo saggio. È un’ironia amara, apparentata all’umorismo pirandelliano. Irresistibile perché sa raccontare la complessità della vita con leggerezza. Sa commuovere e far riflettere.

Giovanna Di Lello (dalla prefazione)

Puoi acquistarlo anche qui                                                                                       http://books.google.it/books/about/John_Fante_Uno_scrittore_maledettamente.html?id=gruMtgAACAAJ&redir_esc=y

 

 

Pierro Alfonso, Svendendo altrove il bacio bugiardo. Poesie, Il Filo Editore, Roma 2008

Pierro Alfonso, Svendendo altrove il bacio bugiardo. Poesie, Il Filo Editore, Roma 2008

Svendendo Altrove il Bacio Bugiardo. Poesie

Il Filo Editore

Anno 2008

Svendendo Altrove il Bacio Bugiardo. Poesie è un viaggio che l’autore, Alfonso Pierro, compie in tre tempi: Attimi, Spazi, Persone, che sono difatti le sezioni in cui egli dispone il proprio discorso poetico, sono le tappe di un andare in profondità in cui il sogno e la veglia, il dato onirico e quello del reale, paiono indistinguibili. Sì perché l’autore in queste pagine narra perlopiù il desiderio di “sollevarsi”, di disgiungersi (mediante un’astrazione creativa) dalla realtà più bieca, dall’omologazione, dall’apatia dei giorni uguali a se stessi: egli immagina di fermare il tempo, di delegittimarlo, per poi immergersi nel non-tempo del paesaggio, nel non-tempo della poesia. Si tratta di versi tesi a smontare la finzione che ricopre la sostanza, la forma fine a se stessa, si tratta di versi che vogliono dire (rappresentare) la verità dell’abbandono e la cruda indecenza della “normalità”. La domanda chiave è certamente “si può trasmettere qualcosa? Si può comunicare?” (veramente, oltre gli schemi, oltre la paura di svelarsi). Alfonso Pierro si interroga dunque sul senso profondo dell’esistenza, su ciò che spinge ognuno a seguire il tracciato prestabilito in silenzio e solo, sull’ordinarietà di una vita di “cartapesta” che egli ricusa, che egli trasforma in poesia. […]

Marina Paola Sambusseti (dalla prefazione)

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